La svastica buona


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Riabilitare la svastica significa sputare in faccia ai 70 milioni di morti, tra civili e militari, della Seconda Guerra Mondiale.

C’è qualcuno che, però, crede il contrario e prova da quattro anni ad organizzare manifestazioni in tutto il mondo per chiedere che questo simbolo ritorni ad avere quel significato di sacralità e buon auspicio che gli era riconosciuto nei tempi antichi. È la Giornata Mondiale per la Riabilitazione della Svastica, organizzata dal Movimento Raeliano in contemporanea in tutto il mondo e che quest’anno si è tenuta il 20 luglio. A Milano il gazebo dei seguaci di Rael, mitologico profeta che porta l’annuncio che l’umanità è stata creata da entità aliene chiamate Elohim, non ha catalizzato propriamente l’attenzione dei passanti, ma in altre città, da Toronto a Los angeles, dall’India all’Africa, aerei hanno sorvolato il centro cittadino portando uno striscione pro-svastica e la partecipazione, seppur tra le polemiche, è stata maggiore.

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Il senso dell’iniziativa è chiaro: cancellare la parentesi nazista durante la quale di questo emblema è stato fatto un uso “criminale”, secondo le parole del responsabile italiano del movimento Marco Franceschini, e riportarne in auge il senso originario. La svastica, dal sanscrito “ciò che è bene”, è uno dei simboli più antichi e diffusi nelle culture e credi religiosi di tutto il mondo. Lo si ritrova in Estremo Oriente a cavallo tra Cina e India o nelle praterie dei pellerossa Navajo, è parte fondamentale della filosofia buddhista, ma anche di quelle induista e gianista e sono state rivenute collane risalenti al periodo Paleolitico con ornamenti di forma simile. Lo stesso popolo ebraico, che tanto avrebbe imparato ad odiarla negli anni ’30 e ’40, ne annoverava una propria versione nella simbologia religiosa e non è infrequente trovarne di scolpite sui frontoni delle chiese cristiane.

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La svastica rimandava a pace, armonia, sole e fortuna. Almeno finchè Adolf Hitler, su consiglio di alcuni teorici dell’ariosofia, decise di inclinarla di 45° gradi verso destra e inserirla dentro ad un cerchio bianco, creando in questo modo una delle bandiere più tristemente note di tutti i tempi.

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È giusto ricordare a tutti cosa rappresenta in realtà quel simbolo?

Il riflesso incondizionato dell’anti-fascismo e nazismo porterebbe ad urlare “NO!” a pieni polmoni. Troppi grandi le atrocità commesse sotto quel vessillo per poterne giustificare un riutilizzo nella società moderna. Troppi pochi anni sono passati dai campi di concentramento, dalle trincee bombardate e dalla sprezzante idea di superiorità genetica dell’allora classe dirigente tedesca.
Quelle immagini sono più potenti delle buone intenzioni dei raeliani e, purtroppo, l’appropriamento culturale commesso dai nazisti la lega indissolubilmente a quel periodo, facendo dello stesso simbolo una vittima di atti compiuti dagli uomini.

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Nemmeno per idea, potrebbe rispondere qualche storico con una mente più razionale.
Un ventennio buio non cancella con un colpo di spugna più di 5.000 anni di storia. Se così fosse bisognerebbe fare lo stesso discorso per falce e martello, le piramidi (costruite grazie alla schiavitù) o i fasci littori che ancora adornano numerosi edifici pubblici italiani. Chi sostiene la bontà della svastica, nonostante la poco felice associazione con Hitler&Co., non accetta di veder criminalizzato un simbolo utilizzato per millenni da uomini e donne con uno scopo diametralmente opposto, quello di augurare buona fortuna e pace.

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La verità, come spesso accade, probabilmente sta nel mezzo.
Quello della svastica è un problema esclusivamente europeo. Il nazismo ha solo sfiorato l’Asia e l’Africa da un punto di vista di simbologie e l’opinione pubblica di quei luoghi non ha mai veramente cambiato la propria idea in merito e non ha dunque bisogno di manifestazioni a sostegno del suo carattere positivo e solare. Negli ultimi anni, quella che fu la croce uncinata è stata utilizzata sempre più spesso per motivi religiosi, o come illustrazione nei fumetti giapponesi.
Il problema ce l’abbiamo noi e, in misura minore, gli americani.

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Film, libri di scuola, visite ai luoghi storici non ci permettono di dimenticare e l’argomento è un nervo scoperto pronto a far male al primo riferimento incauto. In Germania è vietato esporla dal ’45 e, nonostante possa essere lodevole ricordare e magari insegnare ciò che di buono la svastica ha rappresentato nella storia dell’umanità, né ora, né (probabilmente) mai, i figli, i nipoti e i discendenti di coloro che vissero in prima persona quel periodo potranno pensare ad essa in maniera diversa dal segno tangibile dell’abisso morale in fondo al quale può spingersi l’animo degli uomini.

Quella croce greca con i bracci piegati ad angolo retto non sarà mai un invito alla pace, ma resterà tatuata indelebilmente nelle nostre coscienze. Come un numero sul braccio.

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Yesmoke all’attacco dei “7 bastardi”


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Risulta difficile per un non-fumatore parteggiare per un fabbricante di sigarette, ma è proprio questa l’idea che nasce spontanea quando si inizia a conoscere la storia di Yesmoke.

Sul finire dello scorso millennio due fratelli piemontesi, emigrati a Mosca, hanno l’idea di creare una tabaccheria online che, sfruttando una nicchia del tutto legale nei regolamenti postali e doganali di mezzo mondo, consenta di vendere sigarette ad un prezzo inferiore al normale.

Il concetto è semplice: perché, come spesso succede, chi acquista qualcosa su internet deve pagare le tasse sia nel paese di origine del prodotto, sia al suo arrivo alla dogana locale? “Le tasse si pagano una volta sola”, come dichiareranno i fratelli Carlo e Giampaolo Messina alla BBC qualche anno dopo.

Alla mezzanotte esatta del 1° Gennaio 2000, quando tutto il mondo aspettava terrorizzato il Millennium Bug, il programmatore ucraino Alexey Kulentzov mise online il sito Yesmoke.com, dando il via a quello che i grandi cartelli mondiali del tabacco considerano a tutti gli effetti un virus pericoloso per il loro sistema, capace di sottrarre profitti, consumatori e consensi.

Dal primo ordine giunto il giorno della Befana da un curioso internauta francese ai 10 miliardi di sigarette (50 milioni di stecche) prodotte oggi il passo non è stato breve e, di sicuro, nemmeno facile.

Lo shop online diventa in breve tempo uno dei più frequentati al mondo e il passaparola sui prezzi convenienti non fa che aumentare gli ordini: dall’Irlanda del Nord al Canada, dall’Australia all’Italia, Yesmoke, trasferitasi a Balerna in Svizzera, continua a spedire pacchi da 200 Marlboro a 13.95 $ e ABBÀ, le più economiche, a 6.95 $ a stecca.

Tutte rigorosamente provviste di dichiarazione doganale con indicazione del contenuto (“Zigaretten”), del peso (0,3 Kg) e del valore (10 $, al netto delle spese).

Alcuni Paesi impongono il pagamento di una tassa doganale, ma il prezzo rimane comunque migliore a quello della tabaccheria, mentre altri, ad esempio gli USA, diventati ben presto il primo mercato, recapitano le sigarette completamente duty-free, in ottemperanza ad una legge federale che sancisce il diritto del cittadino americano ad importare sigarette dall’estero.

Tanto scalpore richiama i media, come anticipato la BBC invita i fratelli Messina ad un programma radiofonico, ma anche l’attenzione predatoria delle multinazionali della Big Tobacco.
Nel 2001 la Philip Morris fa causa alla Yesmoke per “Violazione di copyright e concorrenza sleale”.

L’oggetto principale del contendere è l’esportazione sul territorio statunitense di sigarette Marlboro (uno dei brand del gruppo) destinate al mercato europeo e non a quello a stelle e strisce.

Da anni si vociferava di una presunta differenza di aromi e soprattutto di sostanze chimiche contenute nelle sigarette destinate ai due mercati e questa ne è la conferma.
I legali assunti dall’azienda svizzera si dimostrano intimoriti dalla potenza del colosso americano che, nel frattempo, pretende ed ottiene la trasmissione di ogni tipo di dati sensibili riguardanti la sua attività, dalla lista dei fornitori a quella dei conti bancari, dai bilanci fino ai nomi di ognuno dei dipendenti.

Nel 2003, mentre tutte le banche si sfilano dal business di Yesmoke con scuse risibili (“Siamo spiacenti, ma purtroppo si tratta di un prodotto dannoso alla salute”) e gli stessi titolari di conti privati vengono invitati a chiuderli in quanto “persone non gradite”, la Philip Morris vince la causa e chiede un risarcimento di 548 milioni di dollari.

Il tribunale ne riconoscerà “solo” 173 e subito dopo anche la città di New York e lo stato dell’Oregon citeranno in giudizio Yesmoke, ma la battaglia legale tra questi moderni Davide e Golia è solo all’inizio. Il 2004 è un anno cruciale.

Altre denunce, il ritrovamento di finte bombe a scopo intimidatorio e un blitz delle agenzie federali ad un cargo DHL. Yesmoke è riuscita a farcela nonostante tutto questo e molto di più (ad esempio le belle idee di Tremonti&Co.).
Leggi come su Mole24.it

(foto tratte da yesmoke.eu)

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Hai un cellulare? Sei stupido


foto136È difficile immaginare la nostra vita senza uno smartphone. Al pari di un machete su un’isola deserta, il telefonino di ultima o penultima generazione è ormai diventato l’oggetto fondamentale per la vita nella giungla cittadina. I pregi che la rivoluzione tecnologica del settore ha portato nella quotidianità di tutti noi sono innegabili: connessione 24/7 con tutto il mondo, estrema facilità nel trovare luoghi e persone, imbarazzante velocità con la quale le notizie ci raggiungono.

Ma davvero questo nuovo modo di vivere il cellulare ha solo pregi? Non è che forse a stare curvi sul display ci stiamo perdendo qualcosa?

La risposta è sì. Tanto per iniziare, a causa del cellulare ci stiamo lasciando le penne. È di pochi giorni fa la pubblicazione di un’analisi della National Electronic Injury Surveillance System che dimostra come dal 2004 al 2010 il numero di pedoni morti per uso del cellulare sia quasi triplicato, passando da 559 casi a 1506. La maggior parte delle vittime sono giovani tra i 16 ed i 25 anni coinvolti in incidenti mortali mentre erano impegnati in una conversazione telefonica.

20110711230708_incidentiLa nostra distrazione può risultare fatale anche alle persone che ci stanno intorno in almeno due occasioni: l’uso del cellulare mentre si è alla guida e il completo estraniamento dalla realtà che porta a dimenticare i figli in auto. Se nel primo caso si è detto e scritto molto e il legislatore è già intervenuto più o meno severamente (ma chi di noi non scrive sms mentre è al volante?), la seconda circostanza evidenzia una sindrome sempre più comune all’uomo (e alla donna) moderno. Guardare Facebook, chattare su Whatsapp, scorrere le news di giornata, sono tutte cose che fino a qualche anno fa erano inimmaginabili se associate ad un dispositivo mobile, ma il lato oscuro della luna è però quel senso di totale immersione nei soffici schermi touch che ci fa dimenticare la cosa più preziosa del mondo sul sedile posteriore dell’auto. E piangere, dopo, serve a poco.

Per concludere due aspetti all’apparenza meno gravi dei precedenti, ma che riflettono un abbassamento delle nostre capacità intellettive che nemmeno la riforma Gelmini potrebbe eguagliare.

I ragazzi di oggi non sanno più orientarsi. Con l’introduzione sugli smartphone dei navigatori satellitari nessuno conosce più le strade della propria città, si gira in macchina guidati dalla voce impertinente e arrogante del melafonino che ti indica il percorso migliore per andare da casa tua al verduriere all’angolo. L’espressione massima di questo rincoglionimento tecnologico è l’uso del navigatore per itinerari pedonali di poche centinaia di metri: non sai dov’è quel negozio consigliato da tua mamma? Ti hanno detto che è vicino al tuo ufficio, ma non sei sicuro dell’indirizzo? Sfodera il telefonino, accendi il gps e tac, ecco servito uno zombie che cammina tenendo davanti a sé un agglomerato di chip e plastica da 500€, estraneo a quel sottile piacere (e a volte imbarazzo) del chiedere indicazioni ad un passante, al vecchietto seduto al bar o al barista di turno. Google maps batte contatto umano 6 a 0, cappotto.

fonte Il Messaggero

fonte Il Messaggero

L’ultimo esempio di come la telefonia pret à porter ci ha imbruttiti arriva dalla Cina dove un delfino ferito e arenatosi a pochi metri da una spiaggia è morto a causa dell’eccessiva perdita di sangue. Quel delfino poteva essere salvato, ma i bagnanti che lo hanno avvistato hanno preferito trascinarlo a riva e scattare foto ricordo da postare su Twitter invece di allertare i soccorsi.

Quando l’imbecillità prende il sopravvento, è giusto mettere in mano alle persone strumenti che ne amplificano gli effetti?

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Grazie nonna


È difficile guidare un tosaerba quando le lacrime ti sommergono gli occhi e non vedi più dove vai. Diventa tutto più surreale quando qualcuno viene a portarti la notizia che aspettavi, nel modo in cui te l’aspettavi, al momento in cui te l’aspettavi. E senti subito che nonostante tu ti sia immaginato quel momento per ore, forse giorni, in realtà non sei affatto pronto.

Il dolore è il vero strumento di uguaglianza nel mondo, rende tutti ugualmente vulnerabili, rende tutti bambini, senza una maschera o uno scudo dietro cui ripararsi.

Sapevamo da qualche giorno che la situazione di nonna Angela era passata da preoccupante a critica a disperata. Lo sapeva la mia famiglia, l’aveva intuito suo marito e lo sapevo io. Lo sapevo talmente bene che mi ero offerto di andare giù a Cantalupo a tenere compagnia all’altra nonna e a tagliare il prato per permettere a mio padre di stare con lei fino alla fine, come è giusto che sia, come dovrebbe sempre essere, per quanto triste possa sembrare.
Strano destino: a Torino quando è morta la tata ad Alessandria e a Cantalupo quando muore la nonna a Torino. Sempre quei 100 km in mezzo, a dividermi dal dolore fresco, condiviso, immediato. Due viaggi senza speranza con la mente persa nei ricordi, due viaggi senza fretta, senza rancore.

Io non lo volevo scrivere questo articolo. Ne ho scritto uno identico 11 dannati giorni fa, non sono per nulla pronto a rimettermi qui alla scrivania, lasciare libero sfogo al passato e sentire quanto male fa trasformarlo in parole. E poi c’è il rischio “giudizio del pubblico”: “quello della tata era più bello”, “si vede che era più sentito”, “voleva più bene a lei”.
Non volevo scriverlo per paura di non essere all’altezza, per paura di non essermi ancora ricaricato abbastanza dopo aver pianto tutto quello che mi sembrava di avere. Ma glielo dovevo e forse glielo devo più di quanto pensassi fino a qualche ora fa.

Glielo devo perchè è mia nonna
Glielo devo perchè ha sempre avuto la faccia buona
Glielo devo perchè alle medie una mia insegnante ci raccontò che quando arrivò in Piemonte dal Sud rimase spiazzata da tutte queste donne uguali, fatte con lo stampino, bionde, occhi azzurri, che parlavano dialetto. E io ho subito pensato a lei
Glielo devo perchè mi faceva le bugie a Carnevale. Ne faceva un vassoio a me e uno a mio padre e ce le contendevamo sempre. Io quelle bugie le ho portate ovunque, a scuola, in ufficio, in spogliatoio alla squadra, agli amici, le ho portate persino a Roma per farle assaggiare! Cercavo di farle consocere a più persone possibili perchè ne andavo fiero, volevo che tutto il mondo sapesse che nonna avevo
Glielo devo per tutte le caramelle Selz Soda che mi ha comprato. Ogni singola volta che andavo da lei, prima di andare via arrivava con il pacchettino, sempre la stessa carta bianca con disegnini verdi, sempre la stessa dimensione, sempre la stessa premura nell’andarmele a comprare apposta il giorno prima
Glielo devo perchè lei e il nonno mi portavano al mare dal giorno dopo la fine della scuola a quando arrivavano i miei a luglio.
Glielo devo perchè lei e il nonno mi portavano al mare dal giorno dopo Natale fino alla Befana
Glielo devo perchè al mare con loro ho visto tutto il mondiale di Italia ’90 su un televisorino in bianco e nero in un monolocale da 30 metri quadri ed ero il bambino più felice della Terra
Glielo devo perchè io se penso a una nonna penso a lei
Glielo devo perchè aveva le sue specialità indiscusse: la torta di patate, la pasta al forno con le olive, i cannoli con il wurstel, le olive con cipolla e prezzemolo e tante altre
Glielo devo perchè lei guardava “La prova del cuoco” in tv e provava sempre ricette nuove, ma a me piacevano solo le solite cose
Glielo devo per tutte le volte che litigava con nonno Luciano, cane e gatto, si azzuffavano in continuazione, ma non potevano fare a meno l’uno dell’altra
Glielo devo per lo sguardo del nonno oggi dopo che ha saputo
Glielo devo perchè era una coppia da invidiare, sempre in giro per il mondo con le gite del gruppo Anziani Fiat, attivi, splendidamente vitali
Glielo devo perchè parlava in dialetto a Teresa e Teresa non capiva nulla, ma annuiva
Glielo devo perchè mi piaceva fermarmi a dormire da lei ogni tanto
Glielo devo perchè mi ha insegnato tanto e sempre col sorriso
Glielo devo perchè lei, a differenza della tata, non aveva un motto in particolare, ne aveva più di uno e allora raccontava sempre di quando credevo che i cioccolatini fossero medicine o di quando tornando dal mare con il sole eravamo arrivati a Cantalupo che c’era la neve
Glielo devo per il rapporto meraviglioso che lei e il nonno avevano instaurato con i loro consuoceri. Ogni estate andavano a passare una ventina di giorni insieme, due famiglie unite dall’amore smisurato per i figli e il nipote
Glielo devo perchè le prime volte non sapeva cosa fossero gli “arbion”
Glielo devo perchè lei era l’unica di famiglia a cui piacevo quando mi facevo i capelli corti. “Sembri più pulito, più ordinato” mi diceva mentre mi accarezzava la testa
Glielo devo perchè era di Vercelli e da bambino mi è sempre piaciuta questa cosa, sapeva di venuta da lontano
Glielo devo perchè sentire mia madre che dice “vorrei essere per voi la suocera che lei è stata per me” dà la cifra della persona che era
Glielo devo perchè anche lei mancherà al mio matrimonio
Glielo devo perchè oggi quando l’ho saputo ho gridato “Vaffanculo” al cielo, coperto dal rumore del tosaerba
Glielo devo perchè nessuno sa ancora di cosa è morta

Ma sopra ogni altra cosa glielo devo e glielo dovrò sempre per una cosa in particolare.
Qualche giorno fa, quando le sue condizioni iniziavano a peggiorare esponenzialmente, aveva forse preso coscienza che non sarebbe più tornata a casa dall’ospedale e aveva rivelato un segreto a Teresa. Nel suo armadio c’era una scatola per noi, da aprire “al momento giusto”.
Io stasera l’ho aperta e ci ho trovato dentro maglioncini, copertine, scarpette e tante altre cose. Tutto fatto a mano da lei coi ferri e la lano.
Pensavo fossero tutti i miei vestitini di quando ero in fasce.

Invece ho scoperto che lei aveva paura di non vederci più quando io e Teresa avessimo avuto un bambino e ha voluto fare tutto ora, portarsi avanti. Ha voluto essere protagonista di un futuro che non vedrà più, ha voluto vestire mio figlio/a che non la conoscerà mai.

Questa forma di affetto premeditato mi sta facendo impazzire, non ci posso pensare. Piango, mi tremano le dita e i singhiozzi non mi permettono di scrivere.

È la cosa più bella del mondo.

È la cosa più dolce del mondo.

Spero che sia contenta di quello che sono, spero di meritarmi tutto quello che mi ha dato.

Grazie nonna

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Grazie tata


“Che bel fanciot”

Lo diceva sempre. A me, ogni volta che andavo a trovarla era la prima frase che le scappava dagli angoli di quella bocca rugosa non appena i suoi occhi azzurri (che un tempo dovevano essere bellissimi) mi si posavano addosso. A tutti quelli che incontrava, quando qualcuno citava il mio nome il suo volto si illuminava e quelle tre parole in dialetto erano l’inizio di un elenco di due, massimo tre episodi, sempre gli stessi, sulla mia infanzia.

“Che bel fanciot” era il suo mantra, il motto identificativo di una persona che, complice l’età, aveva perso molto dell’instancabile attività di qualche anno fa, ma non aveva perso tutto, non aveva perso le sue abitudini da caserma, i suoi modi di dire e la capacità di essere dolce o amara con pochissime parole.

La “tata” era mia zia, la sorella di mia nonna materna, una seconda mamma lei stessa, diventata tale per caso, non per scelta. Non si è mai sposata, una scelta d’altri tempi che l’ha portata a rimanere zitella per tutta la vita, “signorina” come preferiva definirsi più elegantemente lei. Elegante lo era nel modo di porsi, nella scelta delle parole, negli atteggiamenti. Un’eleganza sobria e misurata, non di certo quell’ostentazione narcisistica e oscena che hanno i parvenu dei giorni nostri.
La tata si chiamava Maria, aveva una personalità particolare, abitudinaria, austera, dolce, rigida, frutto di un’educazione severa e di una vita vissuta in simbiosi con la sorella, nonna Adele. Lavorava tanto e senza fiatare. Nella pasticceria di famiglia, nell’orto, dietro ai bambini (mia madre prima e me poi). Si faceva Cantalupo-Torino in treno al mattino alle 6 per arrivare a casa nostra prima che mia madre andasse a scuola, stava con me fino al suo ritorno alle 2, riprendeva il treno e tornava a Cantalupo in serata.
Per lei non era concepibile dormire in un altro letto che non fosse il suo, un pezzo d’antiquariato in legno scuro dall’aria scomodissima ereditato dalla sua famiglia.

Ho iniziato io da bambino a chiamarla tata, forse perchè non riuscivo a pronunciare Maria e da allora quel soprannome le si è incollato addosso. Tutta la famiglia ha iniziato a chiamarla così e forse, sotto sotto, lei ne era orgogliosa.

La tata è morta.

È la prima volta che lo vedo scritto, mi serve un attimo per riprendere fiato, per riformulare un pensiero che nella mia testa non vuol proprio entrare.

La tata è morta nella notte tra lunedì e martedì 4 giugno 2013. Io ero a Torino, stavo tornando con Teresa da una serata semplice, ma ben riuscita con i miei genitori per festeggiare i 60 anni di mia mamma.

La tata era entrata in ospedale una decina di giorni prima per essere operata al femore, rotto a causa di una banale caduta nella sua cucina. La tata non ha mai amato gli ospedali, i medici e le medicine. Per anni, ma che dico, per decenni ha rifiutato ogni tipo di controllo, schivava la visite con un “sto bene, non vado da nessuna parte” e, in effetti, aveva ragione lei. Sempre su e giù dalle scale, sempre con le ginocchia a terra per raccogliere patate, pomodori o insalata, sempre a cucire, rattoppare, stirare. Sua sorella, più giovane di 4 anni e costretta a portare un bustino di ferro dacché era bambina, ha dovuto convivere con dolori, operazioni e acciacchi vari per tutta la vita ed era talmente invidiosa del suo stato di salute da insultarla affettuosamente: “A l’a mai niente! Mai un dolore, mai un raffreddore!” Un’invidia accresciutasi dai primi controlli a cui siamo riusciti a sottoporla semi-forzatamente qualche anno fa: tutti i valori perfetti, nessun asterisco, una roccia.

Lunedì sera, rientrato a casa, ho ricevuto un messaggio da mia madre. L’avevo lasciata solo pochi minuti prima facendole gli auguri di compleanno e ora mi sccriveva: “Stiamo andando ad Al”.
Erano le 23,32 e forse ho sottovalutato la cosa.
Dopo l’operazione le condizioni della tata erano altalenanti, ma discretamente stabili. La domenica prima ero passato in ospedale, sonnecchiava intontita dalle flebo, ma poco prima di andare via mi ero avvicinato per salutarla e lei aveva riconosciuto la mia voce e aveva scandito ancora una volta il suo “che bel fanciot”. La cosa mi aveva commosso, ma anche rassicurato. Teresa mi aveva avvertito che la situazione non era delle migliori, di non aspettarmi miracoli e che il tempo che le rimaneva non era molto. Ma sentirla ripetere ciò che per me era diventato sinonimo di lei mi aveva illuso che tutto fosse normale, nonna e tata a Cantalupo a fare i loro mestieri, io e i miei che andavamo giù un weekend sì e uno no, gli anni ’90, il Toro ancora forte.

Ho continuato a cazzeggiare al computer, mi sono infilato il pigiama e stavo per mettermi a letto quando è arrivato un altro messaggio. Era di mio padre stavolta: “Siamo arrivati tardi x poco, la Tata è am”.

Testuale. Ho incominciato a piangere alla t di tardi. Non so ancora spiegarmi se mi ha colpito di più la maiuscola usata per un soprannome, segno di amore e rispetto, o l’ultima parola sbagliata e mancante. Credo volesse scrivere “mancata”, ma non c’è riuscito. Credo stesse piangendo mentre lo ha scritto.
Il suo secondo messaggio è arrivato un minuto dopo, alle 00,39, ed è stato solo un tentativo di completare un concetto che purtroppo avevo già capito. Diceva “Salita in cielo, ciao”. Non c’era scritto altro.

Sono rimasto immobile a lungo. Guardavo fisso il telefono, sentivo Teresa caricare la lavastoviglie, aprire il balcone per bagnare le piante, percepivo il tram sotto casa, il ticchettio dell’orologio sulla mensola. Le lacrime si sono asciugate da sole, lasciando un impercettibile solco sulle guance, mi sono alzato e sono andato in cucina. Ho guardato Teresa negli occhi, mi sono avvicinato e l’ho abbracciata. Forte, più forte del normale. Poi sono andato a prendere la valigia. Mi è sembrata la cosa più naturale del mondo. La tata muore, io devo andare giù a trovarla, stare con i miei, con la nonna. Essere partecipe in prima persona di un dolore immenso che deve ancora sprigionarsi. Per i parenti stretti questo si fa e “più stretta di lei chi ho?”

Ne ho parlato con Teresa, poi ho telefonato a mio padre che nel frattempo aveva riacquistato la sua solita compostezza (una delle pochissime volte in cui l’ho visto piangere è stato quando è morto il nonno, suo suocero. Eravamo in ospedale, io ero appena uscito dalla stanza in cui c’era il letto, grondavo lacrime come una fontana e ho visto anche lui asciugarsi gli occhi. Mi ha addirittura messo una mano intorno alle spalle, ricordo che mi è piaciuto molto).

Il viaggio è stato strano. Non avevo fretta, non c’era l’ansia di arrivare in tempo per qualcosa, ormai sapevo già tutto, non ci sarebbero state novità dell’ultimo minuto. La strada scorreva come uno di quei videogame che conosci a memoria e a cui giochi senza impegnarti, tanto conosci già tutte le mosse, tutti i segreti. Andavo piano. Ho rispettato tutti i limiti, guidato sul velluto. La radio era troppo spensierata, ho schiacciato il pulsante del cd ed è partita la voce roca di Lucio Dalla. Ho ascoltato solo le canzoni che di solito mi piacciono, quei 4 o 5 pezzi che danno un senso a un album. Ma Piazza Grande, 4/3/1943, Anna e Marco sono canzoni che pur nel loro significato più drammatico ed intenso offrono un finale di speranza, di gioia, di riscatto. Un mix di emozioni positive che non volevo provare in quel momento, mi dava fastidio anche solo la melodia inopportunamente spensierata. Ho spento tutto ancor prima di oltrepassare Asti.

Non ho pianto molto nei giorni successivi. Avevo dei flash che mi passavano davanti agli occhi rendendomeli lucidi, ricordi estemporanei di vita vissuta, di momenti insieme, frasi, sensazioni, odori. Ho sentito le lacrime spingere in diverse occasioni, al rosario, durante la visita alla camera mortuaria, quando i parenti mi facevano le solite, tristemente inutili, condoglianze. Ma ho sempre usato i trucchi che ogni buon timido conosce, occhi al cielo, sbuffi, pensare ad altro, mordicchiarsi il labbro, far finta di avere un moscerino nell’occhio. Piccolo accorgimenti per non mostrare ciò che si prova in pubblico, per non offrire la propria anima dilaniata allo spettegolezzo di paese.

Solo tre volte non ho retto.

La prima, all’agenzia di pompe funebri. Stavamo decidendo le frasi di rito da stampare sull’annuncio mortuario e mia madre ha insistito perchè io aggiungessi qualcosa di mio. Essere un aspirante giornalista ha i suoi difetti e questo è un dovere che non mi sono sentito di rifiutare, nonostante il peso che mi ha messo sul cuore. Scrivere qualche parola sulla tata significava pensare a lei, a cosa era successo, a come sarebbe stato il mio mondo senza di lei. La frase giusta mi è balenata subito in mente, l’ho scarabocchiata veloce su un foglio e poi sono uscito dalla stanza prima che si rompessero le cateratte. Ho dovuto passeggiare a lungo per il cortile dell’agenzia per fermare i singhiozzi.
“Semplice nella vita quanto ricca negli affetti” ho scritto. Spero le piaccia.

La seconda volta in camera mia a Cantalupo, in quello che una volta era il salotto dell’alloggio della tata. Solo con me stesso ho pianto come piangono i bambini, senza pudore, senza vergogna, con la gola che brucia e la pancia che si stringe in un nodo.

Non sono riuscito a trattenermi nemmeno mentre la sua cassa veniva inghiottita dalla fornace. Lo chiamano Tempo Crematorio, ma il nome educato non nasconde la bruttezza di ciò che si compie dietro alle vetrate illuminate dal sole, il giardino ben curato ed il violinista che accompagna la bara con musiche volutamente strappalacrime. Questa messa in scena molto americaneggiante (che mia madre aveva chiesto di evitare, ma che ci è stata comunque imposta, come se non si potesse dare l’addio ad un proprio caro in altro modo) inizialmente mi aveva permesso di distrarmi dal reale motivo per cui eravamo lì, quattro parenti in una stanza enormemente vuota. Criticando la facciata pacchiana di questa pantomima riuscivo a non focalizzarmi sui fiori sopra la bara, sul legno pronto ad essere bruciato.
Sul fatto che, volente o nolente, quella era l’ultima volta che “vedevo” la mia tata a grandezza naturale.

Mi ha colto di sorpresa vedere mia madre avvicinarsi al feretro con mio padre, ma tornare subito indietro piegata dal dolore. Non ce l’ho più fatta, perdonatemi.

Avrei voluto buttare giù queste parole già la sera stessa in cui è mancata, ci ho provato anche la sera del rosario e poi ancora il giorno del funerale. Ma ogni volta ho dato precedenza agli articoli programmati e richiestimi dai vari siti con cui collaboro e che dovevano uscire il giorno successivo. Sono convinto che questa filosofia sarebbe stata condivisa dalla mentalità asburgica della tata (così come da mio padre, il gran visir del “ti sei preso un impegno e lo porti a termine, costi quel che costi” e da mia madre, propugnatrice senza compromessi del “prima il dovere e poi (si fa per dire) il piacere”).

Ho tanti bei ricordi legati a lei, da quando mi portava a Diano Marina in treno a quando mi insegnava a distinguere le piante nell’orto. Una notte me la ritrovai ai piedi del letto con la faccia insanguinata. Era caduta dal letto nel sonno e, non riuscendo a rialzarsi, aveva strisciato fino a dove dormivo io. Io la tirai su, la misi a sedere sul letto e la prima cosa che disse fu “non volevo disturbare, se vai di là a prendere le medicine fai piano, non svegliare mamma e papà”. Io, in realtà, li svegliai eccome i miei genitori e quando arrivarono di là, la tata mi redarguì affettuosamente: “ti avevo detto di non svegliarli, non è nulla di grave. Sto bene”. Tanto per farvi capire che testa aveva…

Mi sto dilungando e non vorrei. Ciò che rimane quando una persona cara muore è il bagaglio di ricordi che lascia nei nostri cuori e non deve andare sprecato come sabbia al vento. In questi casi si dice che il mondo perde qualcosa, ma a me non frega nulla del mondo, frega di quello che ho perso io.

Sono contento che mi abbia visto laureato, ci teneva.
E sono contento che sapesse che sto bene, che sono cresciuto ben educato e che vivo con una brava ragazza.

Ci teneva a vedermi sistemato e mi spiace tantissimo che non potrà esserci al mio matrimonio.

La tata ha significato molto nella vita di chiunque l’abbia conosciuta, da sua sorella, mia madre, le amiche, fino ad arrivare a Teresa che purtroppo l’ha incrociata per poco tempo.

Ero, sono e sarò il suo “fanciot”.

Grazie tata.

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“Gettiamo le armi, ci serve un lavoro”


La conferenza di Mara Salvatrucha - fonte: LaPresse

La conferenza di Mara Salvatrucha – fonte: LaPresse

Martedì 28 maggio le due più pericolose gang dell’Honduras hanno dichiarato una tregua.

In una conferenza stampa direttamente dal carcere di San Pedro Sula, il portavoce di Mara Salvatrucha, a volto coperto e con alcuni affiliati al fianco, ha offerto la cessazione di qualsiasi tipo di attività criminale della sua banda; pochi minuti dopo, uno dei capi della 18th Street (o Barrio 18) si è impegnato a rispettare le stesse condizioni poste dal rivale.
È stato un appello epocale rivolto alla gente dei quartieri e allo Stato honduregno: “La nostra tregua è con Dio, con la società e con le autorità. Chiediamo alla società e alle autorità di perdonarci i danni che abbiamo causato. Voglio che mio figlio diventi un medico o un cameraman, e non un delinquente”.
I leader delle due gang hanno chiesto un aiuto concreto al loro governo per permettere un reinserimento nel tessuto sociale, la possibilità di imparare un mestiere e un futuro migliore per i tanti giovani che finora non avevano altre alternative se non quella di arruolarsi ed iniziare a sparare.

Questo gesto distensivo e dalla portata non solo simbolica, è stato possibile grazie alla mediazione del vescovo cattolico Romulo Emiliani e dell’Organizzazione degli Stati Americani. La chiesa cattolica e la OAS erano stati determinanti anche in un altro processo di pacificazione del centroamerica, quello del confinante El Salvador dove, quattordici mesi fa, Mara e Barrio si sono ritrovati faccia a faccia in un’aula di un carcere di massima sicurezza e, dopo un minuto di silenzio per commemorare le migliaia di vittime, hanno concordato un “cessate il fuoco”. Da allora in Salvador gli omicidi ed i rapimenti sono scesi di quasi il 52%.

Membri delle gang salvadoregne in prigione consegnano armi e oggetti non permessi in segno di buona fede - fonte: Reuters

Membri delle gang salvadoregne in prigione consegnano armi e oggetti non permessi in segno di buona fede – fonte: Reuters

L’Honduras è considerato, probabilmente a ragione, il Paese più violento del mondo con una media di 91 omicidi ogni 100mila abitanti e mantenere una tregua non sarà di certo facile in questo contesto, considerando i forti legami che le bande locali hanno con i cartelli della droga e i trafficanti di armi sudamericani. Solamente nel 2012 le guerre tra maras hanno ucciso 7.172 persone e le faide per motivi territoriali o economici sono cresciute esponenzialmente, per cui è comprensibile il sollievo del presidente in carica Porfirio Lobo Sosa che ha promesso totale sostegno da parte delle autorità. Il mantenimento della pace e la riduzione della ciminalità a lungo termine dovranno infatti essere subordinati, secondo l’ambasciatore per la sicurezza della OAS Adam Blackwell, ad “un forte sostegno da parte delle autorità e ad un’intensificazione delle azioni sociali, come per esempio programmi scolastici e di dopo scuola per togliere i bambini dalle strade”.

L’impegno di Mara Salvatrucha e Barrio 18 è quello di una linea a zero reati: basta alle violenze, agli assassinii, ai reclutamenti forzati e anche alla cosiddetta “imposta di guerra”, il racket delle estorsioni che ha distrutto l’economia del Paese e la vita di tutti i giorni. Nei barrios si uccideva e si veniva uccisi per proteggere il proprio territorio, si marcava il proprio corpo con lugubri tatuaggi per mostrare al mondo qual’era la tua “famiglia”, quali erano i tuoi ideali e si esibivano con onore le cicatrici di guerra, i nomi degli amici morti incisi sul petto e sul collo o semplicemente il bottino dell’ultima razzia a casa del nemico.

Due esponenti delle bande - fonte: Reuters

Due esponenti delle bande – fonte: Reuters

Come sottolinea Luis Lainez di La Prensa Grafica, quotidiano di El Salvador, non è facile accettare che “la politica di uno Stato si basi su un accordo di non aggressione tra bande criminali”, ma pensare che quegli stessi ragazzi, spesso giovanissimi e disperati, siano arrivati alla conclusione che quel sistema criminale non è più sostenibile, quel sistema criminale non può più essere la loro vita, né deve diventare quella dei loro figli e che tutti quanti hanno bisogno di un ritorno alla normalità, di un lavoro, uno stipendio e una casa sicura, ecco, pensare a questa incredibilmente matura assunzione di responsabilità mi dona nuova fiducia nel genere umano.

Spesso dobbiamo ridurci a raschiare il fondo per iniziare a capire l’importanza dell’aria fresca, ma queste notizie dimostrano che, per dirla alla Rocky Balboa, “se io posso cambiare e voi potete cambiare … tutto il mondo può cambiare”.

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Dal tramonto all’alba


condominio2La fauna presente alle riunioni di condominio è un microcosmo lombrosiano di rara vividezza.

Già nel momento in cui trovi in buca la convocazione vorresti morire. Sai in anticipo cosa ti aspetterà: sofferenza. Per la precisione, sofferenza, sangue, isteria, sofferenza, fine dei rapporti umani faticosamente costruiti con inutili chiacchiere sul balcone o in ascensore, l’esplosione di tutti i più bassi istinti animaleschi, se sei fortunato un po’ di noia, ma soprattutto, sofferenza.

Nel momento in cui vedi quella data stampata in neretto sulla lussuosissima carta intestata dell’amministratore (che paghi tu) scatta la corsa ad accaparrarsi un alibi qualsiasi che costringa il partner ad andare al posto tuo.

“Amore, mi spiace, ma io il giovedì gioco a tennis”

“Scusa tesoro, ma quella sera c’è l’addio al celibato della figlia della portinaia di quando ero in Erasmus a Lisbona, non posso mancare”

“Dispiace anche a me cara, ma purtroppo, anche dovessi saltare il tennis (e proprio quel giovedì verrà il mio amico Juanito dal Belize per giocare…), il 20 giugno è l’anniversario della morte di Mitch, il padre di Dawson Leery e sai bene che il fan club di cui faccio parte organizza la maratona televisiva della puntata in cui va a schiantarsi con la macchina (per colpa di un cono gelato, nda)

“Oh, povero Mitch…il fatto è che comunque io quella sera sarò da Barbara. Le stelle dicono che quella sera nascerà il nuovo Freddy Mercury e la casa di Barbara è alle coordinate esatte indicate dai Maya”.

Terminata in pareggio la sfida del “chi la spara più grossa” le soluzioni di solito si riducono a due: delega ad un vicino o va l’uomo della coppia.

Portare la delega ad un vicino è una cosa altamente squalificante agli occhi della società, devi avere una scusa ottima, tipo infarto in corso, menomazione a tutti e quattro gli arti o morte. Altrimenti, nel tragitto dalla tua porta al suo zerbino ti sentirai imbarazzato come quando cammini per strada e ti si affianca qualcuno che procede alla tua stessa andatura. Non sai cosa fare, ti senti un pervertito, uno stalker, un maniaco omicida e vedi la gente seduta nei dehors che ti osserva con sguardo indagatore. Hai paura che colui che procede in parallelo si giri e ti ringhi in faccia un “ma lei chi diavolo è?? la smette di seguirmi?!?”.

Ecco, la sensazione è la stessa mentre guadi quei due metri di pianerottolo. Hai il terrore che un condomino sulle scale ti scorga con quel foglietto in mano che ha un solo significato agli occhi del popolo di via Castelsantangelo 84/2 bis: “gli inquilini del terzo se ne fottono del palazzo, se ne fottono DI NOI!!

condominio

Suoni il campanello di casa Barberis con la mano che trema, aspettandoti già la severa reprimendo dell’anziano signore. Lui apre la porta sospettoso (d’altronde vi siete incontrati di persona forse 3 volte in cinque anni che abiti lì perchè i vostri orari non coincidono e lui ormai pensa che tu sia uno spacciatore, se sei un uomo, o una zoccola, se sei una donna), ti squadra, poi vede il pezo di carta stropicciato e sudaticcio della delega.

“Ah, non riesce proprio a venire all’assemblea?” ti anticipa con fare bastardo. “Ehm…no, PURTROPPO no” ti correggi subito “ci tenevo tanto, sa, ma PURTROPPO…” e via di irrealistici impegni concordati in precedenza con Obama, Cristiano Ronaldo o Elvis Presley. L’arzillo 75enne ti strapperà di mano il foglietto, congedandosi con un falsissimo “Non si preoccupi, sono cose che possono capitare, tanto ci vado io”, ma, mentre lui chiude la porta, sentirai distintamente le parole “…io alla sua età ammazzavo i tedeschi e questo coglione non trova il tempo per venire ad una cazzo di riunione!”

Tornando paonazzo e ferito nel profondo dal partner commenterete che è l’ultima volta che date la delega a qualcuno, meglio non presentarsi proprio e basta!

L’altra via è quella più onorevole di mandarci il componente debole del nucleo famigliare: l’uomo.

Vostro marito o fidanzato si metterà in ferie per l’intera giornata per prepararsi psicologicamente e si presenterà all’appuntamento con almeno mezzora di anticipo per fare bella figura con l’amministratore. La sera prima sarà stato adeguatamente istruito, perchè la moglie (o fidanzata) preferirebbe essere lapidata piuttosto che partecipare all’assemblea, ma, definito che non sarà lei ad andarci, vorrà comunque che vengano esposte TUTTE le sue idee. “Devi dire di quelli del quinto che attaccano le cicche in ascensore, so che sono loro; poi del cortile sempre sporco, c’è da cambiare una lampadina in cantina, non deve essere approvata la spesa per la parabola comune e devi costringere il ragionier Giangi a smetterla di parcheggiare la sua bici davanti al nostro garage. Mi raccomando, fatti sentire!”

Fatti sentire…’na parola.

Quando il malcapitato giunge all’appuntamento trova ad attenderlo una folla eterogenea, ma omogeneamente inferocita per questa o quell’altra cosa. Ognuno ha il suo punto da inserire all’ordine del giorno in una lista che si allunga di minuto in minuto fino a diventare un romanzo di Proust. L’amministratore si barcamena tra una richiesta e l’altra, tenta di sedare le prime risse scoppiate tra l’avvocato della scala C e la signora Gioviani per un commento sui figli di quest’ultima, definiti “feccia della società” dallo stimato professionista.

Riforma-condominio

“La scala A vorrebbe approvare la sostituzione dei citofoni”

“Col cazzo!”

“Allora pagatevi da soli la morosità di Bellini”

“Scusi amministratore, ma non è possibile fare un altro preventivo per la tinteggiatura dell’androne? 42.560 euro per tre pareti mi sembra un tantino eccessivo…”

“Vogliamo togliere la portinaia? Non pulisce, non ritira la posta, non è mai in guardiola”

“Tanto non avete i millesimi”

Ecco, i millesimi sono l’invenzione più diabolica che l’italica burocrazia abbia prodotto negli ultimi 150 anni. Un diabolico stratagemma dell’Associazione Amministratori per mantenere lo status quo delle cose e continuare comodamente a godersi i nostri soldi alle Maldive (quando li cerchi in ufficio non li trovi mai, saranno pure da qualche parte). Se invece hanno interesse ad approvare dei lavori l’ostacolo dei millesimi si risolve in due minuti.

“Chiamo io Giuridici e Zonia e mi faccio rilasciare una delega telefonica, così possiamo procedere, non vi preoccupate”

Dopo due-tre-quattro ore di consesso furibondo, quando ormai albeggia, si dichiarano chiuse le ostilità e i vari mostri ritornano alle sembianze umane, alla stregua di un Edward Cullen qualsiasi. Chi sbraitava per il portoncino che rimane sempre bloccato ridiventa un anonima casalinga dalle guance rubiconde, l’orco che prometteva morte e distruzione se non gli avessero garantito un posto auto in cortile si ritrasforma nel placido impiegato che tutti conoscevano prima di stasera, il demone infernale pronto a chiamare l’Ufficio d’Igiene se il proprietario del bar sotto casa non si fosse deciso a buttare i rifiuti nel cassonetto e non appoggiarli davanti alla sua porta muta in un istante e compare nuovamente un inoffensivo studente di Filosofia fuori corso.

Al termine della bagarre, c’è poi l’immancabile rito della rivolta carbonara. Tu saluti l’amministatore, esci e trovi un capannello di inquilini che parla fitto fitto sottovoce. E scopri che il contabile che fino a due minuti prima ha fatto le pulci sul rendiconto annuale sta cospirando sottotraccia. La frase sussurrata furtivamente è sempre la stessa: “Dobbiamo cambiare amministratore”.

Arrivi a casa, sfatto, sanguinante, mentalmente devastato.

“Com’è andata caro la riunione?”

“Ho ricordi alquanto fumosi della serata, ma credo di aver approvato l’acquisto di un parapendio per il figlio dei vicini…”

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L’erba del vicino…è dove far fare i bisogni al nostro cane


ueLunedì scorso il Pew Research Center, uno dei maggiori istituti sondaggistici al mondo, ha pubblicato i risultati di un’analisi condotta tra gli abitanti di otto stati dell’Unione Europea. Tra domande sulla crisi e uno spirito europeistico in calo pressoché ovunque, una sezione in particolare ha attirato la mia attenzione.

Il Pew ha chiesto ai cittadini di Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Grecia, Polonia e Repubblica Ceca un giudizio “morale” sugli altri Paesi UE e ne sono venute fuori indicazioni interessanti.
Come potete vedere nella tabella qui sotto, le domande vertevano su tre caratteristiche principali: trustworthy (affidabile, degno di fiducia), arrogante e compassionevole. Qual’è, per esempio, secondo gli spagnoli il popolo europeo di cui ci si può fidare maggiormente? Chi ritengono più arroganti i greci?

EU_4-1Quesiti che a prima vista possono sembrare ingenui, ma che invece dimostrano come la politica influenzi pesantemente la percezione dell’uomo comune e quanto il retaggio storico sia duro da superare.

I nostro concittadini con molta onestà hanno riconosciuto che, al momento, non sono poi così affidabili, ma, in onore al detto “italiani brava gente”, si giudicano i più compassionevoli tra i popoli. La nostra fama internazionale deve però essere cambiata da quando i nostri soldati erano accolti con affetto in qualsiasi parte del mondo, visto che nessuno degli altri Paesi ci giudica buoni d’animo. Anzi, per Germania e Spagna siamo solamente degli inaffidabili cialtroni. Se posso capire il giudizio dei tedeschi dopo le nostre “brillanti” performance in campo economico degli ultimi anni, gli spagnoli sembrano dimenticarsi che, forse forse, sono messi peggio di noi da quel punto di vista.

È guerra aperta, invece, tra Grecia e Germania: i sassoni indicano ateniesi e spartani come poco meritevoli di fiducia, la Grecia ribatte con la stessa moneta e, anzi, alza il tiro definendo Merkel e compagni arroganti e poco inclini alla compassione verso il prossimo. Quest’ultimo giudizio è condiviso dalla quasi totalità degli altri Paesi, come anche la caratterizzazione arrogante, seppur affidabile dei concittadini di Schumacher.
I galletti transalpini denotano una certa confusione patriottica autodefinendosi al tempo stesso i più ed i meno arroganti d’Europa e vengono bacchettati su questo punto anche dai “rivali” storici  inglesi, poco inclini invece alla critica personale quando si tratta di scegliere i più compassionevoli tra i membri UE.
Significativo a livello storico è infine il voto che gli intervistati residenti in Repubblica Ceca conferiscono alla popolazione meno arrogante di tutte: non gli italiani, né gli spagnoli o i greci, ma i vicini di casa slovacchi.

Al di là delle rivalità politiche, sportive o sociali, questo è lo spirito di fratellanza che servirebbe ad un Europa in cui, dati alla mano, credono sempre meno persone.

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Lettera ad un morto con la gobba


andreottiChe brutto andarsene così, attaccato da morto da una larga fetta della stampa nazionale che da anni si era dimenticata di te e ora, per vendere qualche copia in più o guadagnarsi qualche decina di “mi piace”, ritorna prepotentemente e pruriginosamente sui dossier nascosti di una vita molto pubblica, poco privata e senza dubbio segreta. L’onore di avere un minuto di silenzio dedicato a sé è un vanto che pochi possono permettersi e, anche a tre metri sotto terra, vale come ennesima patacca celebrativa di un curriculum mai sazio di cariche e riconoscimenti; certo, rovina un po’ l’atmosfera sentire quei sessanta secondi coperti dai fischi negli stadi di tutta Italia, fischi che provengono anche e soprattutto dai tifosi della tua squadra del cuore, gli stessi con cui per 94 anni, hai condiviso gioie e dolori ogni maledetta domenica e sono convinto che ti sia dispiaciuta più quest’ultima presa di coscienza che assistere ad un qualsiasi politico lombardo che esce dall’aula dove si sta commemorando la tua prematura (!!) dipartita.

Nella tua vita, caro Giulio, non ti sei mai curato di queste inezie, piccoli spifferi nella camera stagna della tua granitica sicurezza personale, deboli refoli dei maligni che solo per i deboli di spirito possono trasformarsi in uragani. La P2? Mai sentita; Pecorelli, Ambrosoli, Falcone? Gente che se l’è cercata, uomini che volevano il brivido, camminare su una corda tesa nel vuoto senza rete, mica come te, calmo, placido, imperturbabile nelle stanze dei bottoni o nel confessionale con un parroco fidato.
Le opinioni di Moro non corrispondevano di certo a verità, come quelle di Leonardo Messina, Giovanni Brusca o dei giudici che non solo affermavano “un’autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell’imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980”, ma addirittura confermavano “una concreta collaborazione con Cosa Nostra”. Piccoli spifferi, dicevamo, spazzati via da una corrente calda e rassicurante dal nome “prescrizione”.

Ti hanno affibbiato molti nomignoli nel corso degli anni, il Divo, lo Zio, Belzebù, la Volpe, Molok, l’Indecifrabile, il Papa nero e sono sicuro che sarai stato orgoglioso di ognuno di essi, te li appuntavi al petto come attestati di stima, ma soprattutto di paura da parte dei nemici.
Ma di paura ne hanno avuta molta (e forse ne hanno ancora) tutte quelle persone, politici, uomini d’affari, membri del clero, che hanno vissuto per sessant’anni aspettando da un momento all’altro che da quei diari, scritti di notte e custoditi gelosamente (“spero che alla mia morte i miei cari li brucino”), saltasse fuori qualcosa di letale per le loro carriere, per le loro vite.
Questo forse è il motivo per cui, al di là del compagnone (non di certo nel senso comunista del termine) Cirino Pomicino e di qualche nostalgico della Prima Repubblica, la classe politica di oggi sente di essersi liberata di una spada di Damocle che credeva ormai quasi eterna. Il testimone passa ora a Silvio che, sono sicuro, pagherebbe oro per raggiungere quella fama indiscussa di politico sagace e autorevole che i libri di storia già ti riconoscono. Parafrasando la tua citazione più famosa, Berlusconi potrebbe forse essere ricordato come l’uomo che disse: “la figa logora chi non ce l’ha”.

La gente però, la gente quella vera, quella normale, quella che è andata ad aiutare a spostare le macerie dallo svincolo della A29 e che si indignerebbe ancora se venisse a sapere cosa realmente capitò ad un corpo trovato nel baule di una Renault 4 rossa, quella gente non perdona e, per quanto disinformata, trattiene di te, caro Divo, una percezione molto diversa.
Noi cittadini qualunque, alle prese con Imu e rincari al supermercato, legheremo sempre la tua immagine di statista a qualcosa di sporco, di velenoso, di marcio, a un passato da dimenticare che non ci lascia liberi di sognare neppure ora. Pensandoci bene, probabilmente a te non farà né caldo né freddo sapere queste cose, farai spallucce, ti aggiusterai gli occhiali e ti incamminerai verso la grande terra di nuove losche opportunità che ti aspetta, pensando a quanto siamo coglioni. Invece noi, nonostante tutto, cercheremo di restare in silenzio in quell’immeritato minuto, non verremo ad oltraggiare la tua tomba e la tua memoria, probabilmente non ci incazzeremo nemmeno troppo quando si scopriranno (e prima o poi succederà) dei retroscena su qualche malefatta in cui eri coinvolto.
Sai perchè caro il mio Giulietto? Perchè abbiamo una morale, noi, la stessa morale che ci costringe ad aiutare un collega che ci sta sulle balle se ce lo chiede per favore, la stessa morale che non ci fa infierire su qualcuno anche avendone la possibilità, la stessa morale, infine, che ci ha fatto girare la testa quando hanno impiccato Mussolini. Perchè è stato un dittatore, un feroce bastardo che ha condotto migliaia di innocenti a morire nelle trincee di Russia ed Eritrea, ma, diavolo, è pur sempre un essere umano e in fin dei conti quello spettacolo non è edificante, non ci fa bene al cuore.

Forse dovremmo essere più cinici, più rabbiosi, più meschini e fregarcene delle conseguenze. Perdere la nostra umanità per assecondare un animale istinto di vendetta nei confronti di un uomo che ha avuto per decenni le sorti dell’Italia in mano e ha deciso di stringere le dita a pugno solo per aumentare il proprio potere.

Forse dovremmo imparare da te.

Forse tutti noi dovremmo essere più simili ad Andreotti.

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How bad do I want it?


how-bad-do-you-want-it“Ora devi cavartela da solo, Mike, e ce la puoi fare. Devi imparare subito che il mondo è pronto a schiacciarti e a farti fuori, capisci quello che dico? Se vuoi una cosa devi lottare. È chiaro? Devi lottare! Và dentro e prova, so che puoi vincere. E anche se non vinci non importa, hai lottato; se perdi lottando non ha importanza, ti sei battuto, hai perso con dignità e se ora non torni là dentro ti dispiacerà. Perchè comunque è un atto di vigliaccheria, capisci figliolo?”

Così nell”87 Sylvester Stallone spiegava ad un figlio appena ritrovato quanto è dura la vita e cosa bisogna fare per affrontare i giorni difficili: lottare.
Perchè non si può vincere sempre, ma non bisognerebbe mai vergognarsi delle proprie sconfitte, se si ha dato tutto.

Questo è ciò che sto facendo in questo periodo, in queste colpevolmente lunghe settimane di silenzio su questo blog. Sto tirando pugni e schiaffoni al mondo del giornalismo per cercare di farmi aprire una porta che conduce in una nuova dimensione, la dimensione del vivere facendo ciò che si sogna.

Mi hanno insegnato che quando si decide di prendere un appuntamento con i lettori, poi lo si deve rispettare, costi quel che costi, è la base per creare un rapporto di fiducia reciproca.
In questo periodo non sono stato con le mani in mano, ho scritto tanti articoli (appena ne esce uno lo posto sulla pagina Facebook del prossimo ex-precario, per cui andateveli a rileggere tutti), ho lavorato e ho cercato di migliorarmi. Ma ho mancato al mio dovere e non ho più aggiornato questo blog, questo spazio di condivisione che ho creato appositamente per condividere le mie riflessioni, le mie esperienze e le mie idee con chiunque mi regali qualche minuto del suo tempo per venire qui a leggerle.
Per questo chiedo scusa.

Dopo Roma nulla è stato più lo stesso.
La concezione che avevo del giornalismo si è ampliata, approfondita e ogni giorno aggiungo un tassello nuovo nella comprensione di questo mondo fatto di settarismo, supponenza e vittimismo, ma capace anche di profonda sensibilità ed empatia.
Il desiderio creativo è ormai al limite dell’ossessione, ho un sacco di progetti in testa, vorrei avere il tempo per iniziarli tutti, per esplorare le mie capacità e scoprire cose nuove; progetti semplici come approfondire la lettura di qualche argomento da trattare o più strutturati come portare a termine un’inchiesta o un reportage completo e venderlo a qualche testata. Ho persino comprato una videocamera, per cui ora ho le spalle al muro: qualcosa dovrò assolutamente inventarmi! Foss’anche solo per ammortizzare l’acquisto…

È cambiato anche il rapporto con le persone che mi circondano. Roma, lo stage, il master e la full immersion tra colleghi più anziani/bravi/fortunati ha cambiato il modo di percepire le cose, cerco di essere più curioso, più impulsivo, più rompipalle. Qualcuno apprezza e qualcuno no, ma la realtà è che bisogna crearsi le proprie occasioni da soli e parlare con la gente è l’unico metodo.

The most important thing is to be able, AT ANY MOMENT,
to sacrifice what you are for what you will become

Tutti questi sconvolgimenti nella mia testa hanno ovviamente prodotto una serie di aspettative difficili da realizzare nel breve periodo e dunque – ecco finalmente il rovescio della medaglia – la depressione per non essermi svegliato prima. Un pizzico di rabbia soprattutto per non aver capito già qualche anno fa quale fosse la mia strada. Nulla è precluso, certo, però quando vedo dei ventenni con già il tesserino e un lavoro in qualche testata, un paio di bacchettate sulle mani me le darei!

In ogni caso, questo è un periodo molto positivo. Ho un lavoro, tanto per cominciare. È arrivata una proposta inaspettata e, anche se si tratta di marketing e non di giornalismo, mi ha fatto piacere che qualcuno con cui ho lavorato in passato abbia mantenuto un ricordo buono di me al punto da richiamarmi quando ha avuto bisogno.
Nel frattempo gli articoli per Mole24 diventeranno 4 a settimana a partire da…domani, segno di stima da parte della redazione e del fatto che il sito cresce e si aprono nuove prospettive per il futuro.
Il mio “Giudafaus” settimanale su Toro.it mi dicono essere molto apprezzato e cerco di dare una mano anche in altri modi ogni volta che ho tempo e anche a Piemonte Opinioni ho di recente fatto nuove esperienze come presentatore di una serata.

Terminata questa antipatica elegia di me stesso (con il solo scopo di mettere un punto e ripartire con rinnovato entusiasmo), manca ancora una cosa dire, la più importante.
Non devo adagiarmi, perchè la realtà dei fatti è che, per ora, il giornalismo non mi dà da mangiare, quindi, nonostante i ritagli di tempo per pensare a nuove possibilità siano pochi, devo continuare a crearmeli e soprattutto sfruttarli al 100%.

Ho iniziato questo post citando un film e lo concludo consigliandovi la visione di un video su Youtube. È un filmato molto semplice che mi accompagna da anni nei momenti difficili ed in quelli felici, una storia di forza di volontà, tenacia e sacrificio.
Quando sono in mezzo alle difficoltà mi ricorda di non mollare mai, di ricaricarmi, rimboccarmi le maniche e provarci ancora, mentre quando già tutto sembra andare bene mi spinge a lavorare ancora più duramente per fare in modo che quella felicità duri.

C’è sempre un mezzo passo in più che si può fare per afferrare i propri sogni.

When you want to succeed as bad as you wanna breathe, then you’ll be succesfull

Prendetevi dieci minuti e ascoltate Eric Thomas. Non ve ne scorderete più.

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